WALTER BINNI.

Saggio critico su: LUDOVICO ARIOSTO.
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          FONDAZIONE "EZIO GALIANO" onlus.
       BIBLIOTECA TELEMATICA PER NON VEDENTI.
          "Regala un libro ad un cieco".
PROGETTO: ANTOLOGIA ELETTRONICA DELLA LETTERATURA ITALIANA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice.
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1. Umanit dell'Ariosto. Tratto da: Metodo e poesia di Ludovico Ariosto, Messina, D'Anna Editore, 1947.
2. Le Satire. Tratto da: Ludovico Ariosto, Torino, ERI, 1968.
3. La poetica ariostesca del Furioso. Tratto da: Ludovico Ariosto, Torino, ERI, 1968.
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Fine Indice.
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1. Umanit dell'Ariosto.
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Sic me contingat vivere sicque mori:  l'insegna alla quale i devoti dell'Ariosto possono affermare la loro aspirazione ad una vita di fuochi tranquilli e costanti, di silenzioso sviluppo di sogno entro una cornice di atti quotidiani senza pretese, e il loro sguardo ad una vita trasposta in un ritmo medio di poesia dalle Satire, pu struggersi di fronte a quegli interni pacifici, a quei gesti essenziali e negletti, a quel beato viaggio sul mappamondo, al cruccio dolcemente egoistico di comodit sobrie e rapite da una sorte maligna ma non spietata.
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E il baldiniano Lodovico della tranquillit (in cui passa la suggestione del boccaccesco Iohannes tranquillitatum) accentua il calore tra ferrarese e romano dell'antiascetico lodatore di bellezze femminili o di seccatissimo ed eroicomico governatore della Garfagnana.
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Ma queste grazie sottolineate da calligrafie ben pi grosse e carnose di quella genuina, finiscono per sfarsi in discutibile pittoresco come riducono e deformano il vero valore di una constatazione preliminare:  una vita che si sottrae al romanticizzamento avventuroso, che  difficilissimo trasformare in una qualsiasi storia di una anima, in dramma ideologico e spirituale (un Tasso, un Dante, un Petrarca), che  priva di ansie eppure non priva di quella tensione e attenzione pensosa, di quella cognizione della rugosa realt (in questa assai pi oscura, che serena vita) che altrove sfociano in dramma, problema, rivolta.
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Ci sono poeti vistosi e spesso retorici che hanno bisogno di rivelarsi sul piano pratico e di imprimere i loro monogrammi fastosi su ogni minima azione, mentre poeti pi intimi riservano ai loro vizi e alle loro virt uno stadio di sincerit e di sobriet intatte da ogni moda esteriore. Tanto che questo atteggiamento semplicemente umano ed assorto (e senza gusto di falsa primitivit) pare distinguere proprio coloro che del tempo hanno un sentimento interiore che li sottrae alla rovina dei programmi e degli impegni e che pi si conservano in una condizione poetica che non  lo stato di trance della pitonessa, ma piuttosto una profonda attenzione ai movimenti dell'intima fantasia, una lettura costante e piena di un testo di sentimenti e di impressioni.
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Un atteggiamento che si pu sentire in un Boccaccio, in un Orazio, e che se naturalmente non pu indicarsi come sine qua non di ogni vita poetica, si ritrova essenzialmente anche nei pi allucinati, nei pi visionari, e si impianta bene e in modo caratteristico nel clima umanistico rinascimentale, in un clima di armonia non ricercata ad ogni costo, ma vissuta in concrete forme di civilt.
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Ma  pur chiaro che questo tentativo di riconoscere nell'atteggiamento ariostesco uno speculum di vita di poeta si limita poi in concreto all'illuminazione pi larga di una particolare individualit, vista sempre dalla parte dell'opera nella sua vita intera.
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Anche l'accenno fatto ad Orazio va subito limitato per non calcare su di una linea della fisionomia ariostesca che neppure nelle Satire  completamente ritrovabile se non con una volontaria falsificazione.
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Orazio, che certo l'Ariosto am e risent nella sua formazione,  troppo esplicitante e programmaticamente maestro di saggezza poetica e di sobriet edonistica e nel suo sguardo pacato c' una lentezza di buon senso poco sollevato da un primato della fantasia, il suo ricorso alle cose nella loro concretezza  troppo gustato e si traduce facilmente nella sua poetica del verosimile e dell'utile dulci.
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Mentre l'attacco ariostesco fra vicenda umana e storia poetica  pi spontaneo, mai moralistico e mai programmatico s che i fatti, gli avvenimenti si sciolgono facilmente in modi di vivere, in apprensioni di realt assunte nel loro significato pi vasto di accenti del ritmo vitale di cui pochi poeti han sentito l'unit e la preminenza al pari dell'Ariosto, sapendo mantenere alla poesia la sua destinazione di alleggerimento, di astrazione stilistica che diventerebbe gusto di decorazione calligrafica se non fosse calda di una sua umana contemporaneit.
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Se l'Ariosto aderisce alla mentalit del suo milieu, non ne nutre le esagerazioni conformistiche. Cos va giudicata la sua cortigianeria: non come condizione spirituale di cui certi umanisti sono lieti e orgogliosi (il cortegiano); n d'altra parte si deve, sulla falsariga del ritratto troppo coerente delle Satire, far di lui quasi un romantico sdegnoso d ogni obbedienza, geloso della sua assoluta indipendenza personale, quasi nel senso di quel letterato di Del Principe e delle lettere che l'Alfieri vien proprio a contrapporre ai letterati cortigiani tra cui include lo stesso Ariosto.
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Si tenga conto che i numerosissimi lamenti contro la vita di corte e il servizio dell'Erculea prole, contenuti nelle Satire, risentono in parte di una tradizione letteraria e in parte nascono da un fastidio non convenzionale di uno spirito schiettamente poetico per un'attivit che lo distraeva dal suo gusto di una vita tranquilla come vestibolo indispensabile al regno della fantasia, come punto di vista e di partenza per il suo viaggio poetico.
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Se il problema della cortigianeria non era sentito nell'epoca se non come mancanza eventuale di misura o come stimolo a vane ambizioni, l'Ariosto sent il suo servizio come una limitazione seria della sua libert in quanto possibilit di quiete, di attenzione tranquilla, condizione dell'aprirsi della fantasia dai beati vestiboli del silenzio e dell'immobilit.
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Non c'era in lui umiliazione morale o disagio nell'approfittare di un mecenatismo che anzi lamentava troppo avaro e mal disposto. E viceversa le sue adulazioni vanno prese alla stessa stregua delle invettive contro i tiranni (e artisticamente quasi un fregio sontuoso di uno stemma che non impegna moralmente l'artista cinquecentesco) e contro gli adulatori, che mentre esprimono risentimento contro l'eccesso, la mancanza di misura entro schemi oraziani, vanno considerate non come ritrattazioni delle espressioni cortigiane, ma come altri motivi di arricchimento estetico: non come impegnative rivolte, ma al massimo come momentanei sfoghi facilmente rasserenabili nel fondamentale interesse di conoscenza poetica di un sopramondo fantastico in cui vive veramente l'animo tutto umano dell'Ariosto.
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N sogni brutiani n vilt cortigiane e mescolanza di satira e adulazione sullo stesso piano decorativo (s che nelle liriche latine ad un distico irrispettoso, il 56, sugli Este segue uno sperticato elogio di Ippolito), e piuttosto una seriet in un altro piano di coerenza personale e dignit poetica.
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Certo pu colpire che l'Ariosto nelle sue Rime sanzioni (Egloga prima) l'orribile violenza di Alfonso e di Ippolito contro i fratelli Ferrante e Giulio, ma  ingenuo inserire l'Ariosto in un giudizio storico a posteriori e volerlo rendere estraneo allo spirito cinquecentesco del diritto della forza e del signore.
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Era l'epoca in cui il Principe pur nella sua rivoluzionariet, doveva apparire non in contrasto con il pi generale modo di sentimento e di giudizio, e la tenace ragione per cui le Signorie si erano impiantate e resistevano, il desiderio cio delle forze borghesi e aristocratiche di non essere disturbate da sussulti comunque originati, teneva alto posto nell' ordine di quella civilt.
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Ragione di vita di un'epoca storica di cui l'Ariosto si faceva eco nell'elogio citato con una esagerazione tendenziosa che rivela per il suo istintivo e storico conservatorismo:
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Prima a' nimici e poi veniano a' ricchi.
fingendo novi falli e nove leggi
perch si squarti l'un, l'altro s'impicchi.
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Qual cosa non fara, qual gi non fece
un popolar tumulto che si trove
sciolto ed a cui ci che appetisce lece?
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Fedelt intima a certi motivi essenziali del suo tempo e fedelt al bisogno suo di un ordine civile per la sua elaborazione del ritmo vitale colto sotto le forme della civilt e nel moto delle cose e degli affetti essenziali.
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Figlio di una aristocrazia borghesizzata, ancora capace di prendere la spada in pugno nella guerra sotto le insegne del signore, ma pi lieta di una vita agiata e tranquilla, l'Ariosto  pur lontano dal modello di un Sancho, e ricco di impeti generosi e combattivi.
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Che cuore aveva l'Ariosto!, ma d'altra parte se la frase desanctisiana coagula e liricizza l'impressione dell'animo ariostesco, della sua altissima possibilit di adesione su piano umano e poetico a motivi di intensa commozione, non si pu arrivare alla precisazione di certi atteggiamenti pratici che una critica deteriore potrebbe prendere anche a spiegazione dell'Orlando.
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Cos il preteso patriottismo dell'Ariosto che ha fatto fremere qualche vecchio trombone provinciale, cos la satira antiecclesiastica tanto comune nel poema.
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Inutile insistere sul primo, tradizionalmente basato sulle invettive antistraniere quanto mai volubili e fugaci: sin dal '94, ad esempio, in occasione della discesa di Carlo ottavo, il giovane poeta scrisse due componimenti dello stesso argomento (ad Philiroem, ad Pandulphum) in cui lo stesso accenno alla calata del re francese serve in un caso, ad un contrasto sanato in edonistica indifferenza, nell'altro ad una brusca interruzione dell'idillio amoroso: me nulla tangat cura... Hic est qui super impiam, cervicem gladius pendulus imminet.
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E accanto alla famosa invettiva del trentaquattresimmo (o fameliche ecc.) si trovano nel poema le lodi di Francesco primo e di Carlo quinto, l'esaltazione dei vari signori che erano la causa della disunione e della debolezza italiana. Mentre il lamento per le sciagure italiane nasce coerentemente dal senso rinascimentale di una catastrofe di condizioni di vita civile della perdita del bel vivere.

Il bel vivere allora si sommerse;
e la quiete in tal modo s'escluse,
ch'in guerra, in povert sempre e in affanni
 dopo stata ed  per star molt'anni.

N molto di pi possiamo trovare circa un presunto sdegno ideologico o un voltairiano disprezzo nei riguardi della religione tradizionale. Chi legge certe ottave contro la corruzione del clero e specialmente contro i frati (per esempio la scintillante descrizione del convento dove viene ritrovata la Discordia, nel canto quattordicesimo) o certe espressioni di unzione ironica, potrebbe credersi di fronte ad una precisa posizione ideale.
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Ma pi che una posizione combattiva bisogna accertare le condizioni di una interessante coerenza ariostesca. Vi era una tradizione letteraria specialmente novellistica antiecclesiastica e soprattutto antifratesca e il Cinquecento portando a maturazione l'aspirazione umanistica ad un pieno e sincero successo della vita, aveva esasperato ogni atteggiamento antiascetico e ridicolizzato ogni sforzo (come inutile od ipocrita) di inibizione al godimento dei beni mondani (l'eremita ed Angelica, mito del secolo).
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Ma ci non implicava una rigidezza riformatrice da cui gli italiani erano immunizzati proprio dall'eccessiva soluzione in ridicolo di vizi e difetti che apparivano frutti naturali di una costrizione innaturale e a cui non avevano da opporre un ideale religioso diverso da quello tradizionale per il quale sempre le invettive anche belliane hanno costituito una potente valvola di sicurezza.
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Come l'Ariosto non discuteva l'autorit del signore pur con la sua ironia sui tiranni, cos nel suo atteggiamento di poeta infastidito di ogni ricerca lontana dalla sua accettazione dei motivi elementari della vita e delle linee essenziali della civilt, egli si precludeva ogni via di eresia con quel gusto antiastratto che italianamente si volgarizza nella distinzione di due piani, quello della vita praticata senza scrupoli e quello del culto accolto come indiscutibile. Si legga la satira Sesta dove il padre si preoccupa dei pericoli dello studio per il giovane Virginio. S il filosofo pu diventare eretico:
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perch, salendo lo intelletto in suso
per veder Dio, non de' parerci strano
se talor cade gi cieco e confuso.
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Ma tu, del quale il studio  tutto umano,
e son li tuoi soggetti i boschi e i colli,
il mormorar d'un rio che righi il piano,
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cantar d'antiqui gesti e render molli
con preghi animi duri, e far sovente
di false lodi i principi satolli;
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dimmi, che truovi tu che s la mente
ti debba avviluppar, s torre il senno
che tu non creda come l'altra gente?
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Nei quali versi  da notare questo senso di sdegno sincero contro quei letterati che vogliono allontanarsi dal modo di sentire comune, dalla tradizione, dalla concretezza di una mentalit che non viene discussa, come non vengono discussi i motivi naturali, i sentimenti umani di cui il poeta deve farsi interprete.
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Non tanto un conformismo pauroso (parum de principe, nihil de Deo) che pi s'impadronir dell'animo degli italiani con la controriforma, ma un conformismo tradizionalistico, per amore di concretezza, per paura di uscire da una misura umana che appare all'Ariosto come essenziale base ad ogni espressione artistica.
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Sulla misura umana si calcola anche il suo amore per una vita semplice e sedentaria e il risultato che egli traeva dall'esperienza delle preoccupazioni giornaliere, dei viaggi non amati e pure cos pronti a passare come esperienza di disagio e di accettazione di movimento e di pittoresco nel tono medio delle Satire o come base concreta della geografia soprareale dell'Orlando.

Viaggi ed esperienze che nel loro limite poco avventuroso e fastoso ci confermano l'immagine del viaggiatore sul mappamondo, dell'amante di quiete casalinga e cittadina..
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Dotato altres di una piena libert poetica, in cui bene si inquadrano gli aneddoti del Pigna, del Fornari, di Virginio sulla sua distrazione, sulla sua sensibilit, sul suo carattere melanconico e pur festivo, che completano fuori di figurini unilaterali, questa immagine cos sensibile di un uomo per la poesia nel suo senso pi istintivo e civile, avviato da una esperienza immediata e spregiudicata ad una conoscenza superiore tutta poetica e non perci ingenua o miracolosa.
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2. Le Satire.
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Se l'attivit lirica si ricollega, nella fase latina, alla stessa prima formazione ed esperienza dello scrittore, dispiegandosi poi, specie nella fase italiana, in un lungo arco di tempo, fra preparazione e accompagnamento dello sviluppo del Furioso, e l'attivit teatrale comica si svolge pure in un lungo periodo che va dagli anni giovanili fin quasi alla fine della vita del poeta, le Satire si collocano entro termini di tempi pi stretti e pi tardi (fra il 1517 e il 1525, dopo la prima edizione del poema, nel 1516, e a cavallo fra la seconda e lo apprestamento dell'ultima).
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E dunque esse corrispondono ad un tempo di piena maturit e, pure nella loro composizione saltuaria e legata ad occasioni e moti vazioni epistolari (tutte sono indirizzate ad un preciso personaggio storico, parente o amico dell'Ariosto), esse organicamente appartengono ad una precisa fase e direzione artistica e tanto pi perci rifiutano quella valutazione tradizionale che riconosceva s ad esse accenti di schiettezza umana, magari di felicit poetica, e le poneva al di sopra delle liriche e delle commedie, come certo esse meritano; ma le privava di una vera, consapevole destinazione e impostazione artistica considerandole solo come un vivace documento autobiografico, uno sfogo immediato e scarsamente elaborato di umori e di sentimenti dell'uomo Ariosto.
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Viceversa deve essere chiarito anzitutto che le Satire son ben pi di un documento autobiografico; sono un'opera decisamente artistica, sono il frutto non di un facile abbandono epistolare alla confessione e alla testimonianza autobiografica, ma di un consapevole ed ispirato impegno artistico maturo gi rafforzato dalla composizione della prima redazione del poema, dall'esercizio in pieno sviluppo dell'attivit lirica e teatrale.
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Non si scambi grossolanamente la facilit e spontaneit incantevole del tono medio e discorsivo delle Satire con una prosaicit dovuta ad intenzioni pratiche, epistolari, e al semplice gusto di un raccontarsi e confidarsi fuori di ogni volont di poesia e di arte, in una specie di cronaca autobiografica, sdegnata e sorridente, casualmente ravvivata da tocchi quasi involontari della mano del grande poeta.
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Quella facilit  in effetti una difficile facilit, quella cronaca  in effetti una cronaca poetica, quei tocchi e quadri pi facilmente riconosciuti come poetici sono in effetti le punte pi evidenti di tutta un'organica tensione ispirativa indirizzata coerentemente a fini artistici, quel tono medio discorsivo confidenziale e libero  in effetti il frutto alto di una poetica che, entro la variet e articolazione delle direzioni espressive ariostesche, mirava appunto alla realizzazione di un tono poetico medio, antiretorico e antieroico e pur non prosastico, capace di passare dal realistico al fiabesco, dall'ironico all'appassionato sempre tenendosi ad una base media volutamente minore, ad una voce affabile, schietta, naturale.
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N ci deve d'altra parte risolversi nell'idea altrettanto sbagliata di una impresa preziosamente e sterilmente letteraria (nel senso peggiorativo di questa, spesso ambigua, parola), in un calcolo aridamente sperimentalistico, ch quella stessa cosciente direzione artistica scaturiva, coerente ed organica, da un'intima esigenza espressiva, dalla necessit ariostesca di dar vita artistica ad una matura considerazione e presa di coscienza della propria condizione personale e umana, del senso intimo amaro e insieme antidrammatico e antiretorico della propria vicenda, della validit delle proprie convinzioni, preferenze, scelte vitali nel contesto di una societ, di un tempo, della comune condizione umana.
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Sicch la stessa scelta della forma epistolare, mentre serve ad inserire pi concretamente in una realt socievole, in una corrispondenza con vive persone del tempo e di una cerchia di amicizia e di rapporti affettuosi effettivi, la rappresentazione di vicende ed atteggiamenti dell'uomo poeta, riprende anche l'esempio autorevole e congeniale dei Sermones di Orazio nella loro direzione artisticamente discorsiva e nel loro mobile passaggio da punte pi severe e caustiche a slarghi pi sorridenti e scherzosi, ma accentuando, rispetto al modello classico, il gusto pi personale di una poesia che traduce il ritmo pi elementare della vita, e il sapore pi schietto di cose e sentimenti comuni, i modi semplici e pur mai volgari di un'esperienza umana senza convenzioni e falsificazioni retoriche, centralmente persuasa di certi valori essenziali.
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Quante volte nelle Satire si coglie cos, nel tessuto di un discorso poetico affabile e medio, questo sapore delle cose schiette e concrete come schietto e concreto  il loro riferimento a quel mondo di gusti sobri, di preferenze per una vita tranquilla e raccolta, convinta, per esperienza fatta, della inutilit delle preoccupazioni ambiziose e dell'ossequio a convenzioni scomode e vane! Come particolarmente pu farsi nel caso di precise terzine in cui cose e sentimenti si fondono in un tono di realismo poetico, pacato e denso. Si pensi alla terzina (versi 25 - 27) della satira al fratello Galasso (la seconda) in cui l'Ariosto chiede al fratello, a Roma (dove egli andr per ottenere il riconoscimento di un beneficio ecclesiastico necessario alla sua condizione economica non brillante), l'apprestamento di un alloggio modesto e comodo, provvisto, senza inutili lussi, di essenziali elementi di conforto e di un cuoco non raffinato:
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Provvedimi di legna secche e buone,
di chi cucini, pur cos a la grossa,
un poco di vaccina o di montone.
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O si pensi, sul piano compositivo di un intero componimento, alla satira diretta ad Alessandro Ariosto e Lodovico da Bagno (la prima) che, incentrata nella giustificazione del suo mancato viaggio in Ungheria al seguito del Cardinale Ippolito, si allarga nella rappresentazione delle sue abitudini ed esigenze di quiete, di pacata fruizione di agi essenziali e semplici, di vicinanza alla donna amata nell'amata citt, delle sue care consuetudini e delle sue alte fantasie poetiche. Mentre intorno a questo centro fondamentale di tono si intrecciano, con sobria misura ed effetto di contrasti, accentuazioni e smorzamenti abilissimi, pi energiche espressioni di rammarico sulla sua sorte non amata di cortigiano per necessit economiche,
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Io, per la mala servitude mia,
non ho dal Cardinale ancora tanto
che io possa fare in corte l'osteria.
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esaurienti ed efficacissime impostazioni di macchiette satiriche (come quella del cortigiano timido che alla mensa del suo signore non osa esprimere a parole, come altri fanno, il suo consenso a ci che il potente va dicendo, ma supplisce con la radiosa e servile espressione del volto:
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e chi non ha per umilt ardimento
la bocca aprir, con tutto il viso applaude
e par che voglia dire anche io consento),
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Sintetiche e mosse rappresentazioni, fra comiche e profondamente serie, di se stesso e della propria prefigurata situazione infelice nella lontana corte ungherese, dove tutto, fin dagli elementi pi materiali del clima e del cibo, insopportabili per la sua delicata struttura fisica, contribuirebbe a renderlo irritabile, a privarlo del suo equilibrio e della sua cordialit:
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Io mi riduco al pane, e quindi freme
a collera, cagion che a li dui motti
gli amici ed io siamo a contesa insieme.
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Sicch, affondando l'indagine al centro animatore delle Satire, la stessa comicit e la serena ironia con cui l'Ariosto considera anche se stesso non sono fine a se stesse e contribuiscono a far rilevare il fondo serio e convinto di questa poesia che tende a svuotare di ogni retorica e di ogni convenzionalit interessata ed ipocrita i movimenti degli uomini, il meccanismo delle azioni umane e ad  opporre e quelle una saggezza fatta di esperienze e di disillusa conoscenza degli altri e di te stesso e dunque frutto di una maturit che ha ormai sperimentato le dimensioni tutt'altro che incomunicabili della realt e della fantasia, ed  capace di prese di posizioni fondamentali per una visione della vita profonda e insieme non titanica e superomistica.
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Basti in proposito ricordare ancora i versi gi citati ed essenziali della satira quarta che esprimono la profonda antipatia dell'Ariosto per ogni astratto moralismo e puritanesimo ipocrita e velleitario:
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Tu forle e saggio che a tua posta muovi
quegli affetti da re, che in l'uom nascendo
natura affigge con s saldi chiovi!
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Questa schiettezza e sincerit profonda nel riconoscere la natura umana e le sue passioni istintive e necessarie  pari alla schiettezza o concretezza della rappresentazione della realt nelle Satire siano le cose pi elementari e fisiche, siano i paesaggi sobri e senza decorazione e pur insieme civilissimi e supremamente armoniosi (come nel ricordo della giovent poetica e del soggiorno nella villa del Mauriziano vicino a Reggio:
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non mi si pu de la memoria torre
le vigne e i solchi del fecondo Jaco,
la valle e il colle e la ben posta torre).
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Su questo fondo di concretezza, di esperienza, di saggezza non libresca ed astratta, hanno radice organica e coerente i liberioni satirici, comici, fiabeschi che arricchiscono le Satire e ne fanno un'opera poetica validissima, che tanto ci dice dell'animo ariostesco e tanto insieme ci dimostra la complessit delle sue disposizioni poetiche e delle sue capacit artistiche, rifiutando un valore solo documentario e quello di un divertimento superficiale e leggero.
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In questo essenziale tono medio poetico in cui il contatto fra realt e fantasia  pi evidente ed aperto, ha poi, come dicevo, fondamentale importanza il passaggio della parte pi di vicenda vissuta e di felicissima rappresentazione di scene ironiche e comiche legate ad esperienze concrete e valide per l'acquisto di una saggezza matura, a quei geniali apologhi fiabeschi, attinti ad una saggezza pi popolare, anche se spesso sorretti da esempi letterari, che risolvono in un tono pi fantastico leggero, musicale, il senso dell'esperienza vissuta e ricavata dalle vicende rappresentate.
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Sar il caso della satira quinta, al cugino Malaguzzi per un suo eventuale matrimonio, nella quale la satira sulla vanit delle, pur amatissime, donne e sui pericoli del matrimonio, con le sue occasioni di gelosia e con l'assurdit di questa (qualora manchi l'onest della donna), si risolve nell'apologo malizioso e spregiudicato dell'anello miracoloso, che assicura della fedelt della moglie: apologo che in toni fiabeschi flautati, sorridenti e pausati trasfigura, senza disperderla, la realt in fantasia e musicale levit, in uno scherzo musicale senza volgarit e soffuso di un geniale sorriso.
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O sar, ancor meglio, il caso della satira terza che narra al fratello Galasso lo sfortunato viaggio a Roma e la visita del nuovo papa, Leone Decimo, nella vana speranza di averne aiuti concreti, e che per due volte passa dalla vicenda narrata con tanto misurata efficacia (al centro la visita al papa, il bacio che questi d al vecchio amico su ambo le gote dopo essersi, con solenne e comica gravit e lentezza, piegato verso di lui: piegossi a me da la beata sede; e poi il ritorno del povero gabbato poeta, pieno di speranze e illusioni, attraverso Roma sotto la pioggia) alla risoluzione pi musicale e fiabesca degli apologhi.
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Prima quello della misera gazza che morir di sete se attender il suo turno alla fonte, durante la siccit, quando il padrone che pur tanto l'amava nei tempi facili, ora le preferisce tutti gli altri animali pi utili (cos come avverr al poeta se attender la grazia del papa che deve ora beneficare anzitutto i parenti e tutti quelli che gli sono stati e gli saranno utili).
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Poi, su di un tono pi libero e incantevole, alla fine della satira, quello della luna e degli sciocchi paesani che, vedendola come posata sul monte vicino, credono di poterla mettere in un sacco e cos si affaticano invano a salire sul monte per poi accorgersi, una volta giunti alla cima, che la luna bramata  sempre pi lontana nel cielo.
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E se la prima molla autobiografica (ma vita e poesia non sono cos opposte e incompatibili fra loro come vorrebbero certe estetiche troppo tese a considerare la poesia come un raptus mistico e un miracoloso, inconsapevole affiorare sulla pagina di elementi sovrumani o magici) delle Satire fu certo il brusco movimento di rottura e di crisi provocato dalla difficile vicenda della partenza del cardinale Ippolito per l'Ungheria (quando l'Ariosto meglio vide la precariet della sua situazione cortigiana non assicurata dalle sue alte prestazioni letterarie e visse indubbiamente un momento di sconforto, di amarezza, di sdegno, di protesta che importava un'approfondita diagnosi della sua condizione, della condizione della vita di corte, e in genere della vita umana in cui il giusto  esposto a difficolt e pericoli incessanti), va pur detto che tale momento di crisi e di pessimismo non esaurisce di per s la realt del mondo interiore ariostesco che si esprime nelle Satire e si riflette nella terza redazione del poema.
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La saggezza, la volont di vita e di armonia, il bisogno di fruizione ed espressione di valori consistenti e naturali si caleranno pi nell'intimo dell'esperienza privata, in una gelosa difesa della propria libert, ma non mancheranno di reagire, entro le stesse mosse ironiche e satiriche, ad una definitiva posizione pessimistica e disgustata.
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La spregiudicata, disillusa ed esperta tolleranza, nella coscienza dei limiti umani, che si colora di note pi aspre e polemiche, porta anzi come ad una maggiore saggezza che non recide mai i vincoli del singolo con gli altri uomini e i suoi doveri verso la societ in cui vive, che non lo spinge a chiudersi in un'assoluta misantropia o a salvarsi nell'appello mistico ad una superiore realt trascendente.
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Cos, se le Satire possono aiutarci a capire la natura non facilmente armonica o idillica, ottimistica dell'Ariosto verificabili anche nei particolari caratteri della stessa consonanza con elementi e procedimenti satirici dei classici e con la fierezza e protesta morale dantesca, esse debbono pure, con la loro intera, compiuta realt, farci capire insieme la pi generale natura dell'uomo e della sua esperienza mai portata all'eccesso e al semplice no, e quella della sua poesia tesa a riequilibrarsi e ad armonizzarsi.
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Come appunto avviene nelle Satire proprio nel percorso costruttivo delle loro singole unit, proprio nell'alleggerimento degli apologhi e favole, proprio nel loro tono antiretotico, antieroico, ironico ed autoironico e pur non tale da costituire una deformazione grottesca e avvilente del poeta stesso e della vita umana.
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N si trascuri infine il fatto che anche nella direzione del rapporto fra l'Ariosto e le offerte ed esigenze della letteratura del suo tempo, le originalissime Satire rappresentano un'altra delle conferme del classicismo moderno ariostesco, del modo del suo operare inventivo e originale entro il tessuto di una tradizione.
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Infatti la satira (e si noti che questo parlare di genere implica il riconoscimento storico di un atteggiamento cinquecentesco inevitabilmente calcolabile in una storia di cultura letteraria, in una storia di poetica entro cui non si pu ignorare come gli artisti di quell'epoca sentissero vivo il genere e vi cercassero una particolare tradizione superandola se geniali, ma comunque tenendone il massimo conto) ci porta, come il teatro, ad indicare la novit ariostesca in un campo stilistico, nel classicismo volgare che vuol superare i tentativi pi alessandrini e popolareggianti della letteratura quattrocentesca, e ci porta insieme a sottolineare la sua adesione a motivi letterari, a forme, a strutture espressive che si venivano concretando in quell'inizio di secolo.
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E' noto che dopo un esercizio medievale di satira latina e volgare (Orazio era apparso soprattutto come Orazio satiro), antifemminile, antifratesca, antimperiale, o sentenziosa e profetica, nel Quattrocento un pi diretto contatto con i latini, Giovenale e Persio principalmente, aveva convalidato su di un piano pi tecnico (le imitazioni furono abbondanti anche in latino nella vicinanza maggiore possibile con i modelli umanisticamente riportati a modelli di vita solo attraverso la perfezione formale: cos il ferrarese Tito Vespasiano Strozzi nel suo Sermonum liber) la tradizionale predilezione per un discorso poetico capace di ottenere un particolare tono medio entro una suggestione generale di toni vari, tra burleschi e violenti, tra familiari e moraleggianti.
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Mentre per opera di poeti oscuri e prosastici la terzina veniva ripetutamente adibita a canzoni morali, a satire, a capitoli (Vinciguerra, P. Sasso, Sommariva, Accolti), che l'Ariosto dov risentire, specie nell'ambiente ferrarese in cui operava il Pistoia, riallacciando un'esperienza pi popolare e burlesca con la tradizione oraziana, e creandosi uno strumento adatto alla sua saggezza poetica, al suo gusto di esperienza vitale e di agio letterario.
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Infine dovr ancora confermarsi come le Satire, pi ancora delle altre opere minori ci avvicinino, su di un piano meno intensamente ispirato ed alto, e pur certo pi sicuro e poetico rispetto a commedie e liriche, a caratteri centrali del poema e, soprattutto per il passaggio agevole da realt a trasfigurazione di essa, da naturale a fantastico, per la loro ricca e poetica offerta di una concretezza e di un'esperienza lievitate di fantasia che  idealmente alla base del narrare poetico del Furioso.
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3. La poetica ariostesca del Furioso.
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La poetica dell'Ariosto, che mai si  espressa in espliciti trattati teorici, e che non si  quindi mai codificata e fatta norma esterna al momento della realizzazione della poesia (e questo fatto ci rivela gi una situazione molto diversa da quella del secondo Cinquecento, quando, con le poetiche di derivazione aristotelica, si imporranno regole fisse e vincolanti), va rintracciata all'interno delle sue stesse opere, allinterno dello stesso capolavoro. Il tessuto del quale ci rivela appunto una direzione di attivit ben cosciente e sicura, che fa dell'Ariosto non un narratore senza problemi, non una sorta di sognatore sorridente o di distratto geniale (come appare generalmente all'immaginazione comune), ma un artista tutto teso ad elaborare nella sua poetica personale le premesse di un gusto pi generale, sotto la spinta di una profonda c concreta intuizione della vita.
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Qual  il carattere di questo gusto del primo Cinquecento, che cos originalmente si realizza nell'opera ariostesca?
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Non potendo qui soffermarci ad analizzare i movimenti culturali del Rinascimento e le tendenze particolari della poetica del tempo, dobbiamo limitarci a sottolineare come le esigenze pi vive e pi storiche di questa poetica, di questa concezione della vita, si riassumevano nella tensione ad un pieno equilibrio fra il senso umanistico della poesia come esaltatrice di valori umani e il gusto della classicit della forma, in una sicura volont di aderire alle richieste del mondo reale concreto, da una parte, e del mondo ideale, fantastico, dall'altra.
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Equilibrio tra naturalismo e platonismo; che alimentava, in letteratura, la tendenza ad una armonia varia e mossa, ad una serena perfezione carica di vitalit, ad una eleganza non astratta o fine a se stessa, ma ricca di riferimenti alla concretezza del mondo esterno. Insomma il gusto di un'organicit assai complessa, da realizzarsi al di fuori di regole strette e vincolanti, come quelle che invece prevarranno nel posteriore razionalismo del secondo Cinquecento.
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Se vogliamo ora fermarci un momento a ritrovare nelle opere dell'Ariosto qualche precisa dichiarazione di poetica, che mostri anche esplicitamente la sua diretta e insieme originale aderenza al gusto del tempo, possiamo citare un passo della Satira sesta, dove l'autore traccia quasi la sua immagine ideale del poeta:
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Ma tu del qual lo studio  tutto umano
e son i tuoi suggetti i boschi e i colli,
il mormorar d'un rio che righi il piano,
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cantar antiqui gesti e render molli
con prieghi animi duri, e far sovente
di false lodi i principi satolli...
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Qui, a parte la seconda terzina pi cortigianesca, la prima terzina, con la sua netta esclusione di interessi astratti, con l'indicazione del carattere tutto umano della poesia, appoggiato al gusto per la bellezza e la perfezione, chiarisce bene l'accordo profondo della poetica ariostesca col motivo intimo del suo tempo. Altri spunti di poetica, che ci aiutano ad intendere il valore e il senso di tutta l'attivit ariostesca, nei suoi atteggiamenti e nelle sue aspirazioni, si ritrovano nella Satira quarta. Dopo aver ricordato luoghi ridenti e armonici:
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non mi si pu de la memoria torre
le vigne e i solchi del fecondo Jaco
la valle e il colle e la ben posta torre,
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l'Ariosto afferma per che nessun paesaggio potrebbe permettergli di scrivere poesia se il suo animo non fosse gi di per s sereno:
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Ma n d'Ascra potran n di Libetro
l'amene valli, senza il cor sereno,
far da me uscir iocnda rima o metro.
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L'atteggiamento dell'Ariosto trova dunque il suo centro nell'intimo del concetto della poesia come serenit, che appare come il risultato di un'organica disposizione alla serenit, di una interpretazione serenatrice della vita multiforme e contrastante, che bene si accorda al gusto di assetto armonico, di classico ordine, manifestato qui in quell'accenno cosi preciso e pur cos sobrio:
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e la ben posta torre.
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Questa poetica del cor sereno non impedisce all'Ariosto di intuire, come in qualche modo gi abbiamo avvertito parlando della sua biografia, alcuni elementi della latente crisi storica e politica che la splendida et del Rinascimento portava gi dentro di s. E, per addurre un esempio, egli seppe molto bene identificarne i preannunci nel momento della calata di Carlo ottavo in Italia (1494) e dell'inizio delle guerre di predominio tra i francesi e  gli spagnoli:
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Troppo fall chi le spelonche aperse,
che gi molt'anni erano state chiuse;
onde il fetore e l'ingordigia emerse,
che ad ammorbare Italia si diffuse.
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Il bel vivere allora si summerse;
e la quiete in tal modo s'escluse,
che in guerre, in povert sempre e in affanni
 dopo stata, et  per star molt'anni...
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Qui, specie nel quinto verso, che  certo il pi significativo dell'ottava, si presenta con evidenza il senso dell'Umanesimo che vede la rovina della propria splendida civilt e sembra quasi ridurla ad una morte catastrofica, senza lotta: si summerse. Si pu ricordare anche l'episodio di Cimosco, nei canti nono e undicesimo del poema in cui si tratta di un personaggio che ha scoperto e adoperato le armi da fuoco, contro le quali l'Ariosto scaglia una sua sincera invettiva:
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Come trovasti, o scelerata e brutta
invenzion, mai loco in uman core?
Per te la militar gloria  distrutta,
per te il mestier de l'arme  senza onore;
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per te  il valore e la virt ridutta,
che spesso par del buono il rio migliore:
non pi la gagliardia, non pi l'ardire
per te pu in campo al paragon venire.
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Per te son giti et anderan sotterra
tanti signori e cavallieri tanti
prima che sia finita questa guerra
che 'l mondo, ma pi Italia, ha messo in pianti;
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che s'io v'ho detto, il detto mio non erra,
che ben fu il pi crudele e il pi di quanti
mai furo al mondo ingegni empii e maligni,
che imagin s abominiosi ordigni.
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Appare quindi evidente che certe scoperte tecniche, come le armi da fuoco, che potevano sminuire il valore individuale, la virt del singolo, venivano avvertite dall'Ariosto come elementi tali da minare quella civilt che proprio sulla virt dell'individuo fondava il suo precipuo valore (e d'altra parte queste scoperte si collegavano proprio al crollo dell'indipendenza degli stati italiani). , ripetiamo, una crisi latente, appena avvertita, che solo nel secondo Cinquecento trover il suo sviluppo pi largo e dolorosamente cosciente.
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Ma, al di l della crisi storica e politica del suo tempo, l'Ariosto sentiva anche il fondo doloroso della stessa vita umana, rivelando una intelligenza spregiudicata e profonda della sua irrazionalit (intelligenza non disgiunta mai da quel superiore senso di equilibrio, di misura): si legga, ad esempio, l'ottava introduttiva del canto quarto, che trova il suo accento pi alto, dopo un'andatura dinoccolata e come sorniona, nella riflessione finale, nell'ampiezza dei due ultimi versi, che possono essere elevati quasi a modello della complessit pensosa, e pur mai arcigna, sempre pronta a trascolorare nel sorriso (cosi il tono ampio della grande frase: in questa assai pi oscura che serena vita,  bonariamente corretto dalla determinazione della causa della tristezza della vita: l'invidia), del senso ariostesco della vita:
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Quantunque il simular sia le pi volte
ripreso, e dia di mala mente indici,
si truova pur in molte cose e molte
aver fatti evidenti benefici,
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e danni e biasmi e morti aver gi tolte;
che non conversiam sempre con gli amici
in questa assai pi oscura che serena
vita mortal, tutta d'invidia piena.
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Dunque la poetica del cor sereno si incontra nell'Ariosto con una visione realistica della vita, che lo accosta, pi di quanto comunemente si creda, al Machiavelli e ai pi acuti moralisti del secolo.
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Il cor sereno non va quindi frainteso nel senso di una serenit ingenua e incosciente: appare piuttosto come il risultato di una esperienza concreta, anche amara, di un superamento e di una accettazione, di un'unificazione, sotto la legge di una suprema organica armonia, di un mondo vario, mosso, ricco di contrasti e di irrazionalit..
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Questo  un punto da mettere in chiara luce per capire il valore dell'Orlando Furioso, poema tutto poetico, poema che non ha fini espliciti esterni alla poesia, che non ha da trasmettere un esplicito messaggio, ma che sarebbe molto errato considerare come privo di rapporto con una dimensione storica e con un sentimento della complessit dell'esistenza umana.
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Avvertendo i primi elementi di una crisi che avrebbe distrutto la civilt rinascimentale, sentendo con amara coscienza il dolore insito nella stessa vita dell'uomo, l'Ariosto seppe rispondere a tutto questo con la poesia, con la sua fantasia che arricchiva e sosteneva, in un equilibrio supremo di contrastanti elementi, la splendida civilt, di cui egli pure avvertiva le incrinature incipienti, che avrebbero portato alla rottura irreparabile di quell'equilibrio cos sapientemente raggiunto.
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L'Orlando Furioso non  dunque un puro divertimento, anche se l'autore, in una lettera al Doge di Venezia (ottobre 1515, poteva dire di avere cum longe vigilie e fatiche, per spasso e recreatione de' Signori e persone di animi gentili, e madone, composto una opera in la quale si tratta di cose piacevoli e delectabeli de arme e de amore e desiderare ponerla in luce per solaco e piacere di qualunche vor e che se delecter di legerla....
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In realt sotto questo diletto vive, ripeto, una profonda risposta storica, in un sicuro accordo con gli elementi pi intimi, pi intensi della cultura del pieno Rinascimento: l'amore per la bellezza, per la misura, per l'equilibrio, e insieme l'amore per la realt, in un'organica espressione che sa andare, appunto, dall'esperienza pi concreta e mondana alla creazione di un sopramondo ideale, ma non astratto, non allegorico, naturalistico e platonico insieme. una fusione perfetta di realismo e  idealismo, che va dal gusto delle cose al culto della bellezza perfetta, da una intensa vita sentimentale ad una trasfigurazione altissima: e in questo senso ci rivela la seriet, la profondit, la storicit di questo grande poeta.
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FINE.